Falling – una recensione
Frammenti del passato di una vita sepolta. Quello che rimane sono nomi di persone, di luoghi, di cose. Quando entriamo nel buio della sala con una torcia in mano sono questi frammenti che le nostre pupille iniziano gradualmente a scorgere.
Una foresta di strisce di carta verticali e sopra ogni striscia, un nome. Una foresta di significanti in cui è facile perdersi e fare improvvise scoperte. Come in un bosco buio e notturno. Poi, su un telo nero, una proiezione. Immagini, facce, provenienti da un passato remoto.
Assistiamo, con gli occhi bene aperti, all’esposizione tassonomica delle spoglie di una vita passata, dove ogni particolare assume un’importanza sacrale.
Il video poi, si spegne e veniamo condotti in un piccolo spazio quadrato. Ci sediamo intorno alle pareti, mentre una proiezione circolare cade dal soffitto e si proietta sul pavimento. Il flusso di immagini viene interrotto da una voce che impone ritmi e regole e la mente corre, prepotentemente, a Krapp.
Seguendo i brandelli di una storia, cullati dalla cantilena della voce narrante, andiamo a collocarci in quello spazio beckettiano al di fuori del tempo e del reale. Diventiamo anche noi rimasugli di realtà trascorse.
Ivo Grande